Wednesday, March 10, 2010   
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Il Tango platense nasce tra il 1880 e il 1900 in un preciso contesto geografico, ovvero lo spazio compreso fra le due città che fiancheggiano l’estuario del Rio de la Plata: Buenos Aires (capitale dell’Argentina) e Montevideo (capitale dell’Uruguay).

Il Tango è il frutto di una ibridazione tra diverse popolazioni; nella sua creazione sono implicati almeno tre continenti: l’America, dove questo ballo è nato e si è sviluppato; l’Europa, con i suoi emigranti che stabilitisi nella realtà platense hanno contribuito fortemente alla sua creazione; l’Africa, che a livello ritmico ha influenzato molto la sua nascita.

Il Tango è un universo, di cui si è detto tanto o tutto, ma di cui pare resti sempre altro da dire. È un’emozione dalle tante facce che ha stimolato libri, cinema e teatro, che ha costruito un contenitore di metafore e racconti; nata da un crogiolo di razze, somiglia molto al jazz, che è filosofia del tempo (sempre perduto) e della solitudine (sempre ineluttabile). Il Tango è un linguaggio, è un fenomeno vivo di cultura, che oltrepassa i confini della sua terra.

Nasce come ballo introverso, ballato tra uomini soli, poi danzato nei bassifondi di Buenos Aires “a dieci centesimi il giro compresa la dama” (Borges); infine guadagna i salotti europei dei primi del Novecento, in forme più eleganti e stilizzate.

Dire che è “un pensiero triste che si balla” (frase celebre di Enrique Santos Discépolo, paroliere di Carlos Gardel, il più fantasticato e amato tra i cantori del Tango), non ne esaurisce la ricchezza di senso.

La miscela esplosiva del Tango vive di elementi, anche molto distanti tra loro, pronti a fondersi in suo nome. A questo proposito vorrei citare lo scrittore Ernesto Sabato il quale, nella prefazione del libro “Il Tango” (Garzanti) di Horacio Salas, scrive: “La crescita violenta e tumultuosa di Buenos Aires, l’arrivo di milioni di esseri umani pieni di speranze e la loro quasi invariabile frustrazione, la nostalgia della patria lontana, il risentimento dei nativi contro l'invasione degli immigrati, la sensazione di insicurezza e di fragilità in un mondo che si trasforma vertiginosa-mente, l’impossibilità di dare un senso sicuro all’esistenza, la mancanza di gerarchie assolute, tutto ciò si manifesta nella metafisica “tanghistica”.

Ballo ibrido di gente ibrida, il Tango si nutre di attriti e vittimismi. Le sue canzoni celebrano l’ombra del non detto, la malinconia di cose perse e lontane, le sfumature dell’indecisione come scelta. Non a caso il suo sigillo musicale è il bandoneon, strumento dal suono denso e dal fraseggio frammentario, il cui pianto lancinante influenza molto il modo di cantare.

Il Tango si alimenta di tristezza. Ogni felicità, ci insegnano i poeti del Tango, è per definizione effimera, illusoria, beffarda: più che mai quella amorosa.   

Per riuscire ad entrare almeno un po’ nell’universo Tango occorre liberarsi dagli stereotipi che circondano questo ballo quali: rosa rossa in bocca, casquet e acrobazie varie, capelli impomatati ma soprattutto: Tango uguale Eros.

È importante, nel Tango come in moltissime altre cose, cercare di evitare di affibbiare etichette che tendono a ridurre e limitare. Il Tango è una filosofia, un modo di vivere, una “malattia” per alcuni. In Italia è un po’ più complicato che in Argentina convivere con questa “malattia”: in effetti non ci sono moltissime sale dove si balla il vero Tango platense ovvero il Tango-milonga (anche se in questi anni c’è stata una riscoperta del Tango ballato).

Il Tango in Europa è quasi esclusivamente ballo, la musica conta poco, basti pensare al fatto che nei negozi di musica difficilmente troviamo una sezione dedicata al Tango, occorre cercare nel “jazz”, nella “musica etnica” o nella “musica latina”.

Per comprendere il Tango occorre invece studiare il globale: musica, ballo, cultura.; perché come tutti i fenomeni, non si può credere di conoscere l’insieme conoscendo, seppur nei minimi dettagli, solo un particolare.

Il Tango in Italia si può conoscere, apprezzare, vivere, amare; ma solo nei paesi in cui è nato il Tango si trasforma da ballo e musica in cultura vera e propria; e se è possibile comprendere una cultura diversa da quella di appartenenza, è però impossibile che essa diventi nostra del tutto, che si compia cioè quel salto che da amanti, ci faccia esserne parte.

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 Le Origini    

Non è semplice risalire all’origine del Tango, la difficoltà sta soprattutto nel riuscire a delineare il momento in cui è nato questo nuovo ballo, anche perché sicuramente esso è il frutto di una ibridazione che vede coinvolte danze, linee melodiche e ritmi differenti.

È per questo motivo che le tesi, riguardanti la nascita di questo ballo, sono varie e particolarmente differenziate. Queste tesi concordano comunque sul fatto che il Tango nasce verso la fine dell’Ottocento nei sobborghi di Buenos Aires e che tra i suoi precursori ci sarebbero state l’Habanera e la Milonga, le cui origini non sono comunque facili da stabilire a causa delle diverse correnti di pensiero che la fanno discendere dal Candombe, ritmo ballato dai neri montevideani nelle loro riunioni danzanti; oppure invenzione dei compadritos o degli orilleros per prendersi gioco dei balli dei neri. Anche sull’origine dell’Habanera i musicologi non concordano: alcuni sostengono che essa sarebbe arrivata a Cuba direttamente dall’Africa con le navi degli schiavi; altri sostengono la tesi delle contaminazioni progressive dei balli della tradizione arabo-spagnola con la musica nera. Fatto sta che l’Habanera, partita come ballo popolare di Cuba si diffonde in tutto il mondo influenzando musicisti famosi come Georges Bizet, che inserisce una Habanera, ispirata a “La paloma” (composizione del 1840 di Sebastian de Iradier y Salaverri), nel I atto della Carmen. 

Sicuramente il Tango nasce dalla fusione di vari generi, sia a livello musicale sia coreografico; il problema sta nello scoprire quali tra i passi di queste danze ormai svanite nel nulla sono stati modificati e trasformati nei passi del Tango.

La ricerca deve prendere avvio dalla particolare situazione storica, per arrivare a conoscere le sfaccettature e le qualità della sua popolazione, frutto di un metissage di genti sbarcate in Argentina a cercare fortuna. Verso il 1880 la classe dirigente argentina, considerando il vasto territorio e la scarsa densità di popolazione, decise di aprire le frontiere agli immigranti con la speranza di ricevere un contributo qualitativo nel mondo lavorativo. In realtà coloro che già nel loro paese erano ben inseriti non sentirono il bisogno di avventurarsi in una terra sconosciuta, meta invece allettante per tante persone che vivevano ai margini della società nella loro terra. L’Argentina per gli immigrati non si rivelò la “terra promessa” ed essi dovettero ben presto rinunciare ai loro sogni, adattandosi a lavori più umili di quanto sperassero e accalcandosi alla periferia delle due città-porto più importanti: Buenos Aires e Montevideo.

È per queste ragioni che il Tango è definibile come un prodotto di cultura meticcia, nato da una particolare fusione di generi provenienti da paesi diversi, nato dall’incontro di persone emigrate dal loro paese, sempre povere, spesso infelici e per questo  nostalgiche. Il Tango nella sua musica, nelle sue parole e nei suoi movimenti riflette questo disagio.

È evidente quindi che il Tango diventa la sintesi di più popolazioni, sintesi che rappresenta in sé anche la particolare situazione dell’Argentina e la sua cultura con i suoi personaggi particolari: in primis le figure maschili del Gaucho e del Compadre. Il Gaucho è una sorta di cow-boy, solitario, amante degli spazi aperti, male sopporta la città. Non gli mancano mai coltello e chitarra. Il Compadre è molto diverso dal Gaucho: ama la compagnia, si veste con eleganza, è fiero e arrogante; e allo stesso tempo la cultura e le origini degli immigrati più o meno integrati nel contesto socio-culturale argentino con il quale hanno fuso la loro tradizione. Molti di questi immigrati provenivano dall’Italia; ma alla creazione del Tango dobbiamo includere l’apporto di un altro continente: l’Africa e ciò risulta evidente quando si va ad indagare le origini del nome di questo ballo.

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